moltiplicazione-pani fare attenzione agli altri

FARE ATTENZIONE AGLI ALTRI

 Dopo di ciò, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea o lago di Tiberìade. E una gran folla lo seguiva, perché vedeva i segni che faceva sugli infermi. Poi, salì sulla montagna e là si sedette con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.  Levàti dunque gli occhi, vide che una gran folla veniva a lui. Gesù disse a Filippo: «Dove potremo comprare dei pani perché possano mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova, perché egli sapeva bene cosa stava per fare. Filippo gli rispose: «Duecento denari di pane non sarebbero sufficienti perché ognuno ne abbia un pezzetto». Uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro, disse a Gesù: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Disse Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero, dunque, gli uomini in numero di quasi cinquemila. Gesù allora prese i pani e, detto grazie, li distribuì alla gente seduta; così fece anche coi pesci, finché ne vollero. Quando poi si saziarono, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i frammenti avanzati perché nulla si perda».
(Gv 6, 1-2)

Questo brano è preso dal cap. VI di san Giovanni, un capitolo interamente eucaristico, che si ricollega ai cinque capitoli dell’ultima cena, dal 13 al 17, culminanti nella splendida e sublime preghiera sacerdotale di Gesù.

Ci si deve limitare a commentare in questo brano ciò che è legato all’Eucaristia: la carità.
«Non c’è più grande amore che dare la vita per i propri amici» disse Gesù dopo l’istituzione dell’Eucaristia (Gv 15,13).

«Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Levati gli occhi, vide che una gran folla veniva a lui». Gli altri evangelisti notano che «Gesù sentì compassione per loro» (Mt 14,14).

«Levati gli occhi», ecco il primo gesto dell’amore: l’attenzione. Un gesto bellissimo che di colpo distrugge ciò che di orribile è dentro di noi: il nostro egoismo.
Di solito, nel nostro cuore, domina l’avversione cioè un egoismo radicato, un ripiegarsi continuo dentro noi stessi.

Quanto più noi si avanza nella vita, tanto più si giunge a esserne consapevoli. Quante persone noi abbiamo rifiutato, allontanato, quasi istintivamente.
Ci sono nella natura tante cose belle, tante cose piacevoli; c’è tanta luce e tanto sole. Tutta la natura parla di Dio, ma ciò non basta. Per il cuore umano ci vuole qualcosa di più: il cuore ha bisogno degli altri.

La perdita di una persona a cui vogliamo bene, ci può portare al completo isolamento. Quando ci manca un essere caro, ecco, si spegne il sorriso. Tutto diventa desolazione e sfiducia, anche se nella natura tutto è bello. La natura però non è sufficiente. Noi vogliamo di più, vogliamo che gli esseri ci amino.

Ecco il compito del cristiano, il compito della sua esistenza, il suo compito esistenziale: essere una dimostrazione, «un segno» (direbbe san Giovanni) della bontà di Dio. Essere un segno di Dio verso gli altri, così che riconoscano che c’è qualcuno, Dio, che ci ama infinitamente, più di quanto noi possiamo amare gli altri.

La nostra incapacità di amare

L’egoismo ci tiene prigionieri, ci incatena con una specie di sottile autocompiacimento. L’egoismo si nasconde sotto la maschera di piccole nervosità, di indignazioni anche virtuose, di piccole umiliazioni che noi infliggiamo agli altri. L’egoismo ci rivela la nostra incapacità di amare.

«Filippo risponde a Gesù: «Duecento denari di pane non sarebbero sufficienti perché ognuno ne abbia un pezzetto». Dichiara cioè l’incapacità umana ad amare, a sfamare la parte più profonda dell’uomo, il cuore.

Sì, ci sono dei momenti grandi, nobili, intensi nella vita in cui ci si protende verso il vertice dell’autodonazione. Però, in generale, la nostra vita è un’incapacità continua a donarci agli altri; è come uno strano e doloroso addio a coloro che vogliamo amare, un allontanarci dagli altri, quasi uno sconforto dinanzi alla nostra incapacità di amare veramente.

Ci accorgiamo che il tempo è troppo breve; vorremmo raggiungere tutti nell’amore, ma non possiamo. Impariamo sempre a donarci troppo tardi. Troppo tardi ci accorgiamo che nella nostra vita si fallisce continuamente.

Troppo tardi ci accorgiamo che accanto a noi c’è qualcuno coperto di miseria, che ha un bisogno estremo della nostra attenzione. Troppo tardi ci accorgiamo che qualcuno ci amava realmente; ce ne accorgiamo solo quando è morto.

Una specie di innata avversione alligna in noi: una negazione velata degli altri. Ci induriamo di fronte agli altri perché abbiamo paura dello sforzo che ci costa per amare. Costa sforzo l’uscire da se stessi.

C’è in noi, in agguato, una spinta a render schiavi gli altri, un amore possessivo che vuole appropriarsi degli altri come di una cosa che ci appartiene, che li vuol sfruttare.

Ciò che noi chiamiamo altruismo, spesso non è nient’altro che l’impaziente volontà di impossessarsi totalmente degli altri, per cui l’altra persona diventa una semplice cosa.

E se una cosa non soddisfa il nostro amore, la si distrugge, la si odia. Si distrugge l’oggetto amato che ha deluso, per dimostrare almeno che si è diventati possessori.

I prodigi dell’attenzione

Che cos’è che ci riscatta e ci libera da tutto questo? L’ attenzione. «Levàti gli occhi»: ecco il gesto dell’amore.

Occorre guardare gli altri, fare attenzione agli altri. Occorre ritirare le mani dagli altri invece di stenderle per impossessarsene. Occorre lasciare un libero spazio attorno agli altri in cui possano crescere con la loro natura, dignità e bellezza.

Romano Guardini faceva questa osservazione: «Se una amicizia si guasta, se un matrimonio diventa insostenibile, fate un esame di coscienza. L’interessato ci dica se non ha mancato di attenzione, se non ha trattato l’altro come un mobile di casa, come una cosa qualunque».

L’attenzione ci porta a riconoscere la grandezza degli altri. Ognuno dovrebbe dire di fronte all’altro: «Lui è grande, io no, non lo sono». Diceva Giovanni Battista: «Bisogna che lui (Gesù) cresca e io diminuìsca» (Gv 3,30).

L’attenzione ci porta a rispettare i piccoli, perché la grandezza di Dio splende nei piccoli. Gesù ha delle parole stupende: «Chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel Regno dei » (Mt 18,4).

È una grandezza avvolta di mistero; anzi di un triplice mistero.

Primo mistero: dice Gesù: «Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio» (Mt 18,10). Cioè, dietro a questi piccoli, dietro a questi umili, stanno degli esseri extraterrestri sempre presenti e potentissimi: gli angeli.

Secondo mistero: nei piccoli c’è Gesù. «Chi accoglie uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me» (Mt 18,5).

Terzo mistero: nei piccoli c’è il Padre onnipotente: «chi accoglie me, accoglie Colui che mi ha mandato» (Le 9,48).

Tutti gli uomini veramente grandi prendono la difesa e la protezione dei bimbi, dei deboli, degli infelici. L’attenzione agli altri, ecco, spegne la sete continua di dominio che c’è in noi; smorza l’astio, l’invidia che ci tormenta.

È necessaria un’inalterabile pazienza che ci metta in grado di ascoltare continuamente il lamento e il pianto silenzioso degli altri. Per chi soffre, la sua sofferenza è sempre eccezionale; l’attenzione deve perciò prepararci ad accogliere continuamente lo stesso dolore e non dire all’altro che fa troppo la vittima, che si rende noioso, che ci secca con le sue eterne lamentele.

L’attenzione porta finalmente a fare sbocciare in noi un tacito, intimo sorriso. Un sorriso di gioia profonda che ci prepara di nuovo ad andare incontro alla miseria degli altri, e che nonostante tutta la nostra dedizione, ci invita a donarci sempre di più. Questo sorriso mette l’anima in tranquillità, in distensione.

Sorge allora la comprensione. Comprendere vuol dire avere uno sguardo limpido, una sensibilità fine, un sapersi adattare facilmente agli altri, una finezza di sentire, una capacità di vibrare in sintonia con gli altri.

Accettare gli altri così come sono: non dividere gli altri in due categorie: simpatici e antipatici, ma dire a ognuno: «Hai diritto di essere così come sei»: tutto questo si chiama umiltà. L’umiltà è un comportamento silenzioso, benevolo e comprensivo di fronte agli altri.

Chi come Gesù «leva gli occhi» (cioè apre gli occhi sugli altri), fa attenzione agli altri, sente allora che nel suo cuore gli fiorisce questa preghiera: «Signore, ho fatto molto male, ho sempre offeso i miei fratelli. Aiutami a sopportare con pazienza ciò che gli altri sono e ciò che io stesso sono. Concedimi di fare qualche cosa perché la vita degli altri divenga sempre migliore, perché dove tu mi hai posto fiorisca la gioia».

Una simile attenzione che cosa provoca? Provoca il miracolo della moltiplicazione dei pani, cioè la moltiplicazione della carità.