16 settembre2018-08-29T21:47:47+00:00

16 settembre

Domenica XXIV – Tempo Ordinario

anno B

 

prima lettura 

Is 50, 5-9a
Dal libro del profeta Isaìa
Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro.
Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.
Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso.
È vicino chi mi rende giustizia: chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci. Chi mi accusa? Si avvicini a me. Ecco, il Signore Dio mi assiste: chi mi dichiarerà colpevole?
Parola di Dio.

 

commento

★  È il terzo canto del Servo del Signore, dedicato al saggio perseguitato. (Il primo canto, Is 42,1-9, che riguarda il Servo come maestro di saggezza, è stato utilizzato in parte nella messa del battesimo del Signore).
★ Il terzo canto si divide in due sezioni molto nette: la prima presenta il ministro della parola divina, la seconda il processo davanti a Dio. Ciò nonostante formano un tutto unico: vi ritornano le medesime espressioni e anche le medesime situazioni: siamo sempre di fronte a un saggio, a un giusto perseguitato, il quale compie una missione profetica che gli procura opposizioni e oltraggi.

seconda lettura

Gc 2, 14-18
Dalla lettera di san Giacomo apostolo
A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo
quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta.
Al contrario uno potrebbe dire: «Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede».
Parola di Dio.
 

commento

★ Il passo che la liturgia sottopone alle nostre riflessioni contiene l’annuncio di una tesi, seguito da un esempio e dalla risposta a una sfida.
★ La tesi. Si tratta di uno del quale si sa che possiede la fede, ma solo perché lo dice: infatti non ha nessun’opera per provarla. Questa fede esiste ma è inutile, non può salvare.
★ L’esempio. Ecco uno che distribuisce soltanto buone parole al prossimo che si trova in estrema necessità. Così la fede è reale ma inefficace, perché senza le opere che dovrebbe suscitare, è una fede morta: è un albero secco che non produce frutti, non dà la salvezza. Per essere salvati bisogna agire in conformità alla propria fede.
★ La sfida. Io ho la fede, dice uno. Gli si può rispondere: se non hai le opere, come puoi provarlo? Io invece, dirà un altro, ho le opere, dunque ho la fede da cui procedono.

Vangelo

Mc 8, 27-35
†Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti».
Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.
E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere.
Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».
Parola del Signore.

commento

★ Ritiratosi con i suoi discepoli nella tetrarchia di Filippo, in terra pagana, presso una delle sorgenti del Giordano consacrata al dio Pan (a Banias) e nelle vicinanze di una città celebre per il santuario imperiale (Cesarea), Gesù pone loro la questione di fiducia, che è decisiva per ogni uomo: «Chi è il Cristo?».
★ Nessuno, fino a questo momento, l’ha mai identificato col Cristo. Nessuno, tranne gli apostoli, di cui Pietro si fa sollecito portavoce. Secondo lui non c’è dubbio: Gesù è il Messia. Per prudenza, per evitare ogni effervescenza popolare male indirizzata, Gesù impone silenzio ai suoi apostoli, ma senza sconfessarli, al contrario.
★ Già chiamandosi il Figlio dell’uomo e non il Messia, Gesù getta un velo discreto sul lato trionfale della sua opera di salvezza. Aggiunge che, come Figlio dell’uomo, deve soffrire, deve essere riprovato dai sinedriti (i notabili, il sacerdozio e i giuristi), deve morire e infine risorgere dopo tre giorni (formula mutuata da Osèa: 6,3). Egli stabilisce dunque un nesso fra gli oràcoli del profeta della consolazione sul Servo del Signore (Is 52,13 – 53,12) e l’annuncio del Figlio dell’uomo in Danièle (7,13). Severa lezione di autentico messianismo per gli spiriti troppo portati all’entusiasmo.
★ Pietro ha l’audacia di rimproverare Gesù per un linguaggio che egli trova eccessivo nelle sue dichiarazioni, ma Gesù rimprovera Pietro per la sua mancata intelligenza delle cose di Dio: lo tratta perfino da Satana, perché l’ha invitato ad abbandonare un messianismo di umiliazione e di sofferenza per un destino vantaggioso e facile.
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